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Storie

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1 Storie il Ven 04 Lug 2008, 16:23


Una donna che decide di lasciarsi aiutare da un centro per donne che hanno subito maltrattamenti, violenze, abus, iè una donna che vuole interrompere la sua catena di infelicità, trovando il coraggio di mettere in discussione tutta la sua vita. Questo spesso significa dover incolpare le persone che ama, e scegliere magari di perdonarle. Significa capire di meritare qualcosa di diverso, e di non avere colpa di nulla.


Mi sono ritrovata che avevo 27 anni, e chiacchieravo in un bar con un gruppo di amiche. È venerdì sera: parlare di uomini e di sesso davanti ad un moijto è fin troppo facile. Salta fuori la mia predisposizione perenne a scegliermi uomini inadeguati: sempre troppo giovani, sempre troppo deboli, costantemente in ombra al mio fianco. Spiego che le mezze calzette mi rassicurano.
Sessualmente aspettano. Che sia io a trovare il momento, che sia io a fare la prima mossa. Non mi fanno sentire in pericolo, non fanno suonare i miei allarmi, non lasciano alzare le mie difese.
È inutile negarlo: l’uomo che avventa la sua zampa sulla zip dei miei pantaloni ha un effetto raggelante sulla mia libido.
Vanessa sa, e mi guarda. Vanessa conosce molta della mia storia personale, e finalmente mi sbatte sul tavolo la frase: “Tipico di chi è stata maltrattata, o abusata”.
Finalmente qualcuno l’ha detto.
“Lo so”, rispondo.
Vanessa ha scoperchiato un pentolone infernale: quello della doverosa presa di coscienza.

Il mio specchio interiore mi restituisce un’immagine bugiarda, e capisco che 27 anni facendo finta di niente, e sempre sottovalutando, sempre sbagliando, sono già fin troppi.
Riesco a trovare un centro, a Milano, che si occupa e si prende cura, gratuitamente, di donne che hanno subito maltrattamenti, violenze, abusi, di ogni genere e in ogni frangente. Prendo il coraggio, quello che ti viene quando decidi che vuoi essere felice, e fisso un appuntamento.

Non vi sto a raccontare la tragedia interiore di trovarsi di fronte alla propria miseria, e di doverne parlare. Ma vi racconterò di quello che succede in centri come questo.

Il supporto psicologico è quello di cui io ero alla ricerca, perché volevo capire davvero le mie dinamiche affettive, e quelle sessuali. Capire per me è stato il primo passo verso la “guarigione”. Ma al centro era possibile trovare condivisione e assistenza, oltre che supporti di tipo pratico: consulenze legali e mediche, aiuto nella ricerca di un lavoro. Il tutto in un ambiente discreto, rispettoso e anonimo.

Dopo un colloquio introduttivo, ho fatto un ciclo di sedute con due terapeute. Io, e loro due.
Sempre in due, e i motivi possono essere molti, ma sicuramente perché questo limita in parte la dipendenza affettiva che molte donne ferite tendono a sviluppare.
Quando le mie due terapeute mi hanno giudicato pronta, sono stata inserita in un gruppo di auto-aiuto, insieme a donne con una ferita simile alla mia, ma con storie profondamente diverse l’una dall’altra. L’effetto è stato dirompente.

Non solo ho potuto assistere alle atrocità e alle meschinità di molte forme d’amore, o di presunto tale. Ma ho visto con i miei occhi stupefatti quanto le dinamiche psicologiche e sociali che ruotano attorno a certe forme di disagio siano sempre le stesse.
Ho ritrovato in tutte quelle donne la negazione, per buona parte della vita, di quello che stava accadendo loro. La bugia vergognosa con la quale scendevano a patti per non dover ammettere le mostruosità che venivano fatte loro.
E purtroppo, nella schiacciante maggioranza dei casi, non da sconosciuti o da immigrati clandestini, non nello squallore di una metropolitana o nel buio di una via isolata: ma da padri, mariti, zii, nonni, amici, vicini di casa, ex fidanzati, nella tranquillità poco confortante del focolare domestico.
E per “schiacciante maggioranza” intendo un buon 80%, da leggere per difetto. Perché se è vero che si denuncia volentieri uno sconosciuto, quasi nessuno denuncia il proprio padre.

Non è difficile capire che quando si impara l’amore in questo modo, l’amore lo si leggerà sempre in una chiave deviata.
Una bambina picchiata e maltrattata spesso sceglie, crescendo, un compagno violento, perché pensa che quella sia l’unica forma d’amore che le spetta e di cui conosce perfettamente le dinamiche: una calda e rassicurante coperta di Linus fatta di umiliazione e percosse.

I rapporti interpersonali sbagliati con cui dover fare i conti sono molti, perché la rete di silenzio che circonda queste prevaricazioni non è formata solo dall’abusante e dall’abusato/a, ma anche da tutta una serie di connivenze collaterali di chi sa ma tace, di chi sospetta ma fa finta di nulla, in nome di un sordo e vigliacco quieto vivere.

Una donna che decide di lasciarsi aiutare da un centro di questo tipo è una donna che vuole interrompere la sua catena di infelicità, trovando il coraggio di mettere in discussione tutta la sua vita. Questo spesso significa dover incolpare le persone che ama, e scegliere magari di perdonarle. Significa capire di meritare qualcosa di diverso, e di non avere colpa di nulla.
Perché per scegliere di essere felici ci vuole in questi casi un gran coraggio.

Il percorso è diverso per ognuna, così come ogni storia è diversa dall’altra, ma chiedere aiuto a chi è preparato per darlo diventa fondamentale: da sole è quasi impossibile trovare la chiave di lettura giusta, e soprattutto la strada vincente.

Da sole è difficile poter capire davvero la gravità di quello che ci è stato fatto, e l’ingiustizia profonda che si nasconde dietro ad ogni tipo di prevaricazione. È difficile capire fino in fondo il diritto di ognuna di noi ad una vita piena, soddisfacente, ad un amore felice, sereno, equilibrato.
Chiedere aiuto è anche un modo per rompere la solitudine, e la condanna intrinseca che ogni solitudine comporta.

In quel centro ho conosciuto tante donne splendide e sofferenti, e le ho viste rifiorire nei mesi, prendendo consapevolezza e sicurezza, prendendo in pugno la loro vita.

Ho deciso di scrivere questo pezzo mentre sto leggendo “La fabbrica degli angeli” di Jessica Gregson, per ribadire i diritti, le scelte, e le opportunità che oggi possiamo avere. E che abbiamo l’obbligo morale di afferrare con forza.


tratto da "il paese delle donne"

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